I due pellegrini in bicicletta, cartina alla mano, hanno un’aria un po’ sperduta. Stanno percorrendo la via Francigena e sanno che da queste parti c’è questa importante testimonianza storica da visitare.  

«Il ponte Camillario è laggiù. Da duemila anni». Indico loro la zona dietro il vecchio stabilimento termale dell’Inps.

«C’è un sentiero tra la vegetazione: seguitelo e lo troverete. È un luogo bellissimo e nascosto. Anticamente da queste parti si trovava un primo insediamento abitato, Surrina, che nel corso dei secoli avrebbe dato origine a Viterbo. Il ponte fu costruito dai Romani nel primo secolo dopo Cristo, per permettere alla via Cassia di attraversare il fosso Urcionio, un fiumicello che un tempo era fresco e pulito. Il paesaggio con il ponte fu raffigurato da Sebastiano del Piombo nello sfondo della sua Pietà. Incamminatevi lungo il sentiero, e attraversate il ponticello di legno. State attenti, perché potrebbe non essere in buone condizioni. Non c’è un grammo di cemento a saldare i grossi blocchi di travertino a incastro che compongono l’arco, eppure il ponte Camillario resiste da millenni.

In questa zona furono scoperti i resti umani di un’antica necropoli paleocristiana. Qui, intorno al 300 dopo Cristo, il sacerdote Valentino e il suo diacono Ilario furono decapitati dalla furia sterminatrice dell’imperatore Diocleziano, per essersi rifiutati di sacrificare in onore di Ercole. Le loro reliquie vengono conservate all’interno della cattedrale di san Lorenzo. Valentino e Ilario furono tra i primi a portare la parola del Vangelo nella Tuscia, e da allora la città ha sempre venerato il loro culto, edificando un’edicola votiva sul luogo del martirio e dedicando loro ben due chiese nel quartiere Villanova. E fu proprio l’indimenticato parroco di Villanova, don Armando Marini, a ridare il giusto valore a questo luogo, riportando alla luce nel 1990 una grotta etrusca, diventata poi catacomba cristiana, dove si pensa che furono inizialmente seppelliti i due martiri. E quel sentiero, che fa parte degli innumerevoli rivoli del grande percorso della via Francigena, è diventato anche un sentiero di fede, che dal ponte passa davanti all’edicola e arriva fino alla catacomba, ed è cadenzato dalle edicole della via Crucis».

L’edicola che ricorda i martiri Valentino e Ilario

I due pellegrini si sono incamminati da un pezzo, e non ho potuto, o meglio, voluto dire loro che l’Urcionio è diventato sinonimo di cattivo odore e di acque reflue, anche se riesce ancora a mantenere rigogliosa e lussureggiante la vegetazione circostante. Non ho detto loro che le piante e gli arbusti nel corso del tempo hanno reso il ponte quasi invisibile, e nemmeno che la catacomba è chiusa da un lucchetto ed è visitabile soltanto su appuntamento. Il ponte Camillario, solitario e malinconico,  resiste da duemila anni. Chissà quanto ancora potrà continuare a farlo.

E chissà se don Armando Marini, di cui il 21 febbraio ricorre l’anniversario della morte, guarda ancora con amore la sua parrocchia e quel ponte, che tanto significato ebbe per lui. Siamo certi di sì.

La celebrazione della messa nella grotta
I volontari che aiutarono don Armando Marini a riqualificare la zona del Ponte Camillario. Le foto sono tratte dalla pagina Facebook dell’associazione “Don Armando Marini”

Anonimo

Scritto da:

Donatella Agostini

Imparare cose nuove è il mio filo conduttore, darmi sempre nuovi obiettivi la mia caratteristica fondamentale. Valorizzare la terra in cui vivo è il mio progetto attuale.