Questa che sto per raccontarvi è una delle tante storie, ahimè, non sarà né la prima né l’ultima, che nasconde un malcostume tipico dei beni culturali quando questi non vengono visti come patrimonio di tutti, ma appannaggio solo di pochi.


Alla Biennale internazionale di antiquariato di Roma, tenutasi a palazzo Venezia nel 2012, si potevano ammirare delle pitture particolari: esse furono letteralmente strappate – volevo virgolettare la parola, ma mi sono resa conto in corso d’opera che il termine non è usato in forma impropria, ma nella sua accezione più vera- dai muri di Palazzo Spreca di Viterbo.

Il palazzo in questione è una costruzione gentilizia ubicata in centro, in via Santa Maria Egiziaca, che da anni versa in uno stato di abbandono. Le vicende giudiziarie che ne seguirono non rientrano nelle mie competenze, riguardano la giustizia ordinaria ed esulano da un mio personale parere. In questo contributo voglio soltanto menzionare le opere, che hanno un valore notevole nel quadro di una ricostruzione attenta del patrimonio artistico della nostra città per il Quattrocento.

La famiglia Spreca acquistò importanza nel tessuto sociale viterbese anche grazie ad una politica matrimoniale che vide il capostipite Giovanni unirsi in matrimonio nel 1425 con una esponente della famiglia Fajani, ne nacquero due figli: Domenico che portò avanti il nome in Viterbo e Antonio che dette il via al ramo collaterale di Vallerano.


I quattordici riquadri in questione rappresentano altrettante figure femminili che danno vita ad un gioco allegorico grazie ai loro attributi. La loro identità è data dalla presenza di iscrizioni molto eleganti a caratteri capitali maiuscoli. Esse rappresentano le allegorie non convenzionali delle Virtù: Spes, Fides, Caritas, Temperantia, prudentia, Iustitia, Oratio, Fidelitas, Obedientia, Virginitas, Sobrietas, Honestas, Authoritas, Perseverantia.

A prima vista i quadri si presentano sotto il profilo formale in maniera molto simile, essi sono racchiusi in una finta cornice di gusto antiquariale. I riquadri originariamente occupavano il fascione sottostante la soffittatura a cassettoni, questa ubicazione dava al complesso architettonico una certa eleganza che naturalmente hanno perso poi i singoli pezzi visti non più come facenti parte di un insieme organico.

La Speranza prega con le mani giunte guardando verso il sole, La Fede regge la Croce e un calice con l’Ostia; la Carità allatta due pargoli attaccati ai seni dispensando con le mani denari; la Temperanza versa acqua da un vaso ad un altro; la Prudenza tiene un compasso e un serpente attorcigliato al braccio; la Giustizia regge la spada e una bilancia, l’Orazione sta in piedi e regge un turibolo; la Fedeltà con un nastro tra i capelli alza l’indice della mano destra; la Verginità ravviva con un pettine la criniera di un unicorno; la Sobrietà porta la sua mano destra al petto ; l’Onestà tiene sulle ginocchia un ermellino; l’Autorità porta in capo un diadema e nella mano porta due chiavi e nella sinistra uno scettro ed infine la Perseveranza che tiene in mano un quadrante.

la foto è di Francesca Pontani ed è tratta dal sito www.tusciaup.com

Anonimo

Scritto da:

Nadia Proietti

Salve, il mio professore di storia ripeteva sempre che lo storico studia i documenti, senza interpretare
e senza romanzare, ecco come mi comporto io: prendo i fatti storici, spesso dai documenti, aggiungo
dei personaggi, una storia verosimile e voilà ecco come nasce ogni mio racconto.
Chi sono? Mi chiamo Nadia sono laureata con lode in Filologia Moderna, ho all'attivo un Master in materie letterarie, un Corso di Alta Formazione in Storytelling, docente di lettere precario. Oltre ai titoli sono madre di due figli, appassionata di storia moderna in particolare in storia dell'Europa
dell'Est, pessima casalinga, ma buona padrona di casa.