A San Martino al Cimino è custodito un vero e proprio tesoro: un prezioso stendardo dipinto su entrambi i lati. Sul davanti è raffigurata l’ “Elemosina di San Martino”, il celebre episodio del santo che dona il suo mantello a un povero. Sul retro della tela è ritratto il Cristo Salvator Mundi. A realizzarlo fu, nel Seicento, il famoso pittore calabrese Mattia Preti, erede di Caravaggio, la cui carriera durò oltre sessant’anni. Le opere di questo artista sono esposte nei maggiori musei europei: a Vienna, San Pietroburgo, Parigi, Londra, ma anche negli Stati Uniti e in Canada. In Italia si trovano opere di Mattia Preti a Brera, Napoli, Firenze, Roma, Genova.

La storia del nostro stendardo parte alla metà del Seicento, quando San Martino al Cimino è il florido principato di donna Olimpia Maidalchini Pamphili, cognata e consigliera del papa Innocenzo X. Nel piccolo borgo è già attiva l’importante Arciconfraternita del SS. Sacramento. Donna Olimpia incarica il suo factotum, il conte Ramazzotti, di commissionare a Mattia Preti uno stendardo degno della Confraternita, che doni lustro e prestigio alla sua corte.

In quel momento Mattia Preti è attivo a Roma ed è impegnato nella complessa decorazione della chiesa di Sant’Andrea della Valle. Accetta la commissione per denaro, o forse per entrare nelle grazie della potente donna Olimpia. Il 5 settembre del 1649 il conte Ramazzotti anticipa 60 scudi a Giuseppe Morucci, un mediatore, che li consegna a Roma a Mattia Preti, come caparra per la realizzazione dell’opera. Il 29 novembre Morucci salda Preti con altri venti scudi. All’inizio del 1650 però, lo stendardo ancora non si vede. Cosa sta facendo Mattia Preti?

Pur avendo incassato quasi tutta la somma, trascura di finirlo. Le piccole dimensioni gli vanno strette, impegnato com’è ad inserirsi nella cerchia degli artisti più prestigiosi, la cui arte spazia in grandi tematiche e giganteschi allestimenti. Ma donna Olimpia è troppo influente e capricciosa per poter essere scontentata. Dopo molti solleciti, il pittore è costretto a ultimare velocemente la tela, che viene portata a San Martino da Giuseppe Morucci, corredata con due lanternoni che ne completano l’allestimento.

Esaminando lo stendardo, si vedono le tracce di questa frettolosità. La figura di san Martino sembra sproporzionata rispetto a quella del cavallo, che non ha né sella né staffe. Ma la genialità e la fantasia di Preti emergono in tutta l’opera, ad esempio nella raffigurazione dell’animale: forme di purosangue spagnolo ma pezzato di bianco e marrone, come non ne esistono in natura; l’occhio di un verde profondo e la dentatura bianca. Il mantello del santo e la criniera del suo cavallo son mossi in direzioni opposte da un vento impossibile. È come se il grande pittore avesse fatto volare il pennello sulla tela, seguendo unicamente la sua fantasia, lontana anni luce dal reale.

Nel retro dello stendardo Preti è più misurato e si ispira a Guido Reni. Dallo sfondo scuro emerge la chiara apparizione del Cristo risorto, una figura plastica che reca ai piedi un angelo che raccoglie con un calice il sangue che sgorga dal costato. Osservando con attenzione si notano due grandi lacrime sulla guancia dell’angelo. Lo stendardo di san Martino sarà l’unico realizzato da Mattia Preti, e per questo, ancora più prezioso.

Come venne utilizzato lo stendardo? Si è ipotizzato che donna Olimpia lo avesse commissionato per le processioni della Confraternita per l’anno giubilare del 1650 a Roma. Ma uno stendardo alto più di due metri e mezzo, e largo due, non era di certo maneggevole e soprattutto era molto pesante: impossibile trasportarlo su un percorso lungo come una processione. Più probabilmente, era un’opera d’arte di prestigio voluta come insegna della Confraternita.

Nel Settecento, per proteggerlo, si decise di trasformarlo in una pala di altare, foderando il retro e inserendolo in una ricca cornice barocca. Nel secolo scorso si intervenne sulla pala per i necessari restauri, staccandola dalla sua cornice. E ci si accorse con sorpresa che non era un quadro qualunque, ma uno stendardo bifacciale, dipinto da uno dei maggiori artisti del Seicento.L’opera si trova nella bellissima chiesa abbaziale di san Martino al Cimino, a pochi chilometri da Viterbo. Quanti di voi hanno avuto modo di ammirarla?

Anonimo

Scritto da:

Donatella Agostini

Imparare cose nuove è il mio filo conduttore, darmi sempre nuovi obiettivi la mia caratteristica fondamentale. Valorizzare la terra in cui vivo è il mio progetto attuale.