Se chiudo gli occhi mi sembra di vederlo ancora, mentre col ciocco poggiato sulla spalla sinistra e il braccio alzato, di chi sa portare i pesi, salire la grande scala di travertino tutta sbrecciata. Con la sua immancabile “scoppola” in testa, che gli gettava un’ombra sugli occhi color celeste cielo, la camicia di flanella a quadri grossi e la giacchetta, come lui la chiamava, di tessuto pesante grigio. Lo vidi solo una volta con il cappotto nero lungo fino alle ginocchia, era per il matrimonio di una mia cugina.


“Nonno, nonno che bel ciocco che hai portato!”
“Ha da esse grosso! ha da durà fino a Santo Stefano”
Spostava gli alari del grande camino e con la stessa delicatezza con cui si adagia un neonato in fasce, lo poggiava sul trespolo di ferro.
La fiamma rischiarava subito la grande stanza, piccoli arabeschi si disegnavano sulla parete opposta, una volta sembrava un drago e poco dopo invece un uccello con le ali spiegate portato dal vento.

Nel grande camino, a destra, sulla spalletta di mattoncini rossi, nonna teneva appesi due pignatte di coccio e una padella tutta nera, quella serviva solo per fare il “padellaccio” il giorno che veniva macellato il maiale.
Ci allontanava dal grande fuoco, con il suo “Attenti ragazzì che le “faville” vi bruciano i vestiti”.

I vestiti li ricordo bene, un maglione di lana grossa lavorato a mano, una gonnellina di velluto a coste e un paio di calzettoni che arrivavano a coprire solo fin sotto le ginocchia, ancora reduci delle sbucciature estive, se guardo bene, anche se ormai sono passati tanti anni, ancora qualche segno deve pur vedersi.

In una pignatta veniva messa a bollire la minestra con i ceci. Un po’ d’acqua, uno spicchio d’aglio, un bel rametto di rosmarino e tanti ceci. Intanto sulla spianatoia posta sopra al tavolino verde di legno si facevano gli gnocchetti, che sarebbero andati a far compagnia agli altri ingredienti.

Una bella “sartana” di pastella fatta con acqua e farina e un pizzico di sale, aspettava sullo scalino del camino, quello posto proprio dentro, oggi sembra quasi impossibile, ma sì era proprio così ci si sedeva dentro al camino. I broccoli, lessati da poco, sarebbero presto saltati nell’olio d’oliva bollente. Un bel pezzo di baccalà, messo a dissalare da giorni, faceva bella mostra di sé imprigionato in una grande “graticola”, nonna con un rametto di rosmarino lo irrorava d’olio, tante volte quando si allontanava da quel lavoro, che secondo me era il meglio lavoro del mondo, mi inginocchiavo io di fronte al povero pesce – ho capito solo dopo tanti anni che il povero baccalà quando nuotava libero e felice nel mare era un pesce- e attenta a non mandarlo a fuoco lo spennellavo tutto.
Una grossa anguilla fatta a pezzi era poi infilzata su di uno spiedo, girava piano piano, alla maniglia per far girare l’attrezzo c’era mio nonno, doveva essere un lavoro di precisione!

“Attaccate i mandarini e i” portogalli” alla frasca che nonno ha portato da fori” Da fori significava dalla campagna e i portogalli erano delle grosse arance profumate.

Vaga la mia memoria in un tempo lontano, a quelle giornate di festa, a quei ragazzini che tiravano su col naso e usavano la manica del maglione per pulirsi. Sembrano passati secoli, ma no, solo anni, anni ormai che non torneranno più!

Anonimo

Scritto da:

Nadia Proietti

Salve, il mio professore di storia ripeteva sempre che lo storico studia i documenti, senza interpretare
e senza romanzare, ecco come mi comporto io: prendo i fatti storici, spesso dai documenti, aggiungo
dei personaggi, una storia verosimile e voilà ecco come nasce ogni mio racconto.
Chi sono? Mi chiamo Nadia sono laureata con lode in Filologia Moderna, ho all'attivo un Master in materie letterarie, un Corso di Alta Formazione in Storytelling, docente di lettere precario. Oltre ai titoli sono madre di due figli, appassionata di storia moderna in particolare in storia dell'Europa
dell'Est, pessima casalinga, ma buona padrona di casa.