“Una città!”

“E che pò esse?”

“Certamente San Cimone o Bagnarolo”

E no! caro il mio Brancaleone, non è né San Cimone né tantomeno Bagnarolo, ma quella che vedi è Vitorchiano! Lo scambio di battute che ho appena riportato è prodromo forse ad una delle scene più divertenti del capolavoro di Mario Monicelli, “L’armata Brancaleone” del 1966.

Vi racconto, ma penso che non ce ne sia la necessità, molto brevemente, la scena: Gian Puccio Senza Terra, nel film un divertentissimo Enrico Montesano, un riottoso scudiero del crociato Anselmo da Montebello (Alighiero Noschese) per sfuggire alle ire del condottiero tedesco Ottone di Buldoffen (Renzo Montagnani) si introduce nella chiesa di Santa Maria Assunta, una tra le più pregevoli chiese di Vitorchiano, e manco a farlo apposta proprio nel giorno della processione in onore di San Mancinello. L’idea è quella di sostituirsi alla statua del Santo e infatti viene poi portato dagli ignari parrocchiani in processione per le vie del centro.

Vittorio Gassmann nei panni di Brancaleone da Norcia

Nel 1966 quando si decise di girare le scene del film a Vitorchiano, ma non solo, i borghi che vennero usati per le location ancora non avevano messo in essere quella riqualificazione, ancora in atto, che ha consentito di dare poi un’identità chiara e pregevole dei luoghi. Erano gli anni in cui la popolazione dei borghi abbandonava le proprie case per dirigersi verso paesi più grandi o verso il capoluogo. Il borgo stava stretto a molti, non c’erano grandi negozi, non c’erano le “comodità” necessarie per vivere secondo gli standard del tempo, pensate alla celebre canzone di Celentano Il ragazzo della via Gluck” quando “Vai finalmente a stare in città-là troverai le cose che non hai avuto qui. Potrai lavarti in casa senza andar giù nel cortil…”.

Ecco, è proprio così, là (nella grande città) c’era quello che mancava a molti, c’era lo spazio, la vita, la notte vissuta, le persone nuove. Solo alla fine degli anni ottanta ci si è resi conto che quello che andavamo cercando in quegli anni non ci rendeva più liberi, ma ci imbrigliava dentro reti fatte di convenzioni e di luoghi comuni, fatte di vite tutte uguali, fatte di frenesia e di saluti negati.

Allora si è tornati a guardare al borgo, ai negozietti con le casse di frutta all’esterno, al saluto che proviene da dentro i bar, alla signora Maria che stende i panni e intanto parla con Giovanna che spazza la strada davanti al portone. Le piccole case abbandonate sono diventate il sogno di tanti, la casetta con i fiori sull’uscio, con le finestre piccole, con i balconcini retti da robusti barbacani.

Vitorchiano incarna a pieno questo sentimento di ritorno al passato, un passato certo rivisto e corretto, con più modernità, incastonate in una cornice all’antica, come direbbero i critici d’arte, in una cornice di gusto antiquario. Le vie, le lievi discese, i vicoli stretti che ti conducono verso la parte panoramica del borgo sembrano condurti per mano, ti spingono ad affacciarti, a guardare la valle e la sua natura ancora quasi intatta. Se guardi bene forse vedrai anche il nostro Brancaleone, cavaliere senza macchia e senza paura, cavaliere legato all’antica nobiltà fatta di regole e di sani principi. Se passate per quei luoghi fate un salto nel paese, attraversate porta Santa Maria e lasciatevi rapire e portare lontano.

Foto di Francesco Foresi
Anonimo

Scritto da:

Nadia Proietti

Salve, il mio professore di storia ripeteva sempre che lo storico studia i documenti, senza interpretare
e senza romanzare, ecco come mi comporto io: prendo i fatti storici, spesso dai documenti, aggiungo
dei personaggi, una storia verosimile e voilà ecco come nasce ogni mio racconto.
Chi sono? Mi chiamo Nadia sono laureata con lode in Filologia Moderna, ho all'attivo un Master in materie letterarie, un Corso di Alta Formazione in Storytelling, docente di lettere precario. Oltre ai titoli sono madre di due figli, appassionata di storia moderna in particolare in storia dell'Europa
dell'Est, pessima casalinga, ma buona padrona di casa.