“Volevo che l’uomo avesse un’espressione nobile, perché nessuno nella storia è stato più nobile di lui. Volevo che avesse la bocca morbida, socchiusa, come se volesse sussurrare qualcosa a stento trattenuto, e iridi chiare, che rispecchiassero il cielo cristallino del Paradiso. Era questa l’immagine del Cristo Portacroce che immaginavo racchiusa nel pesante blocco di marmo di Carrara, scelto da me personalmente: dovevo soltanto farla emergere a colpi di scalpello, come mi era stato commissionato. Il Cristo sarebbe stato collocato a pochi passi dal Pantheon, nella Chiesa di Santa Maria sopra Minerva. Avevo quattro anni a disposizione prima di consegnare l’opera al committente: non molto, considerando che lavoravo contemporaneamente su più progetti, e mi destreggiavo tra numerose opere in corso, nell’opulenta e profondamente cattolica Roma del Cinquecento. 

Amavo le mie opere, che fossero dipinte o scolpite. Fu un colpo al cuore, un dolore senza fine, quando mi accorsi che il marmo scelto per scolpirla non era perfetto come sembrava. Sul volto del Cristo era apparsa una sinuosa linea nera, che scendeva sul lato sinistro dal naso alla barba. Impossibile da coprire o da camuffare. Non potevo accettarlo: esiste forse una statua di Cristo con un difetto? Rifiutai la mia creatura, come un padre abbandona un figlio imperfetto e amato, e mi affrettai a scolpirne un’altra, che inviai incompleta a Roma, giusto alla scadenza, perché venisse rifinita da un artista locale. Quando vidi il risultato, dalla disperazione passai alla rabbia: era questo il modo di scolpire? In quale scuola avevano studiato quegli artisti dei miei stivali? Testardo com’ero, dissi al committente che ne avrei scolpita una terza versione, e un’altra, e un’altra ancora, fin quando avrei raggiunto finalmente la perfezione… Ma il committente declinò l’offerta con un garbato gesto della mano: accettò la seconda versione come definitiva, chiedendo in dono la prima come risarcimento del ritardo. Pose la statua del Cristo venato nel suo giardino, come un tesoro prezioso… “La terrò come si fusse de oro”, mi scrisse. Allora forse non era così brutta come avevo temuto!”

Michelangelo Buonarroti, l’autore del Cristo Portacroce del racconto, morì nel 1564, e non seppe che l’opera venne acquistata agli inizi del Seicento dal marchese Vincenzo Giustiniani, mercante d’arte con un intuito finissimo. Era il periodo della Controriforma cattolica, per cui commissionò a Gian Lorenzo Bernini la realizzazione di un perizoma che coprisse il nudo integrale del corpo del Cristo. Il suo successore, il principe Andrea Giustiniani, collocò la scultura nell’imponente e sontuosa dimora di famiglia di Bassano Romano, dove si trova ancora oggi. Perse le sue tracce nei meandri dei secoli, venne casualmente rinvenuta nel 2001 grazie a una studiosa, Silvia Danesi Squarzina, che rileggendo antichi documenti poté attribuire a quella statua il nome di Cristo Portacroce di Michelangelo. A seguito del restauro, fu rimosso il perizoma e riemerse la bellissima venatura nera sul volto stanco del Cristo risorto. 

Il Cristo è in piedi, appoggiato alla sua Croce. Il corpo è modellato in modo sublime e anatomicamente perfetto. La torsione del corpo riprende le consuete e eccelse soluzioni scelte da Michelangelo per altre sue opere. Il volto è solcato dalla celebre venatura nera: un’imperfezione che ci rende il Cristo ancora più umano e vicino alle nostre eterne miserie. 

Se volete andargli a fare visita, si trova nel transetto destro della chiesa, presso il Monastero di San Vincenzo, alle porte di Bassano Romano. Sempre se non si trovi in trasferta, esposta in varie mostre in Italia e all’estero.

L’ennesimo link tra la nostra terra, la Tuscia, e il genio assoluto di Michelangelo, amante delle acque sulfuree di Viterbo, amico di Vittoria Colonna e animatore del circolo degli Spirituali viterbese, dopo lo scisma di Lutero, ma anche autore dei disegni preparatori per la famosa Pietà dipinta da Sebastiano del Piombo, altra perla del patrimonio artistico viterbese.   

Anonimo

Scritto da:

Donatella Agostini

Imparare cose nuove è il mio filo conduttore, darmi sempre nuovi obiettivi la mia caratteristica fondamentale. Valorizzare la terra in cui vivo è il mio progetto attuale.