Se domandassi a qualunque persona, che sta passando stamattina davanti alla Fontana di piazza delle Erbe, chi sia Pio Fedi, probabilmente mi guarderebbe con perplessità. Faccio un tentativo.

“Mi scusi signora, lei conosce per caso Pio Fedi?”. “E lei, sa chi sia Pio Fedi?”

Le risposte che mi sono arrivate sono “E’ il nome di una via di Viterbo?” “E’ la denominazione di una scuola?”

Entrambe le risposte sono esatte, ma non rendono giustizia al personaggio. Oggi parleremo di lui, proprio davanti ad una delle sue opere, tentando di rimediare alla nostra colpevole dimenticanza. E vi accorgerete che dobbiamo a Pio Fedi molto di più di quanto non si immagini.  

Sulla bella fontana che guarnisce come un gioiellino la piazza, e di cui abbiamo già parlato, troneggiano quattro leoni di marmo, simbolo della città, ciascuno dei quali poggia la zampa destra sul globo con le lettere FAVL, a memoria dell’origine della città data dalla fusione dei quattro castelli Fanum, Arbanum, Vetulonia e Longula. All’inizio questi leoni erano stati realizzati in peperino, ma sul finire dell’Ottocento si erano ridotti in condizioni pietose. Così il Consiglio comunale deliberò di sostituirne tre con altrettanti leoni in marmo, più resistente e prestigioso. L’appaltatore si recò a Firenze, dove viveva e lavorava il famoso scultore Pio Fedi, con l’intenzione di assoldare un suo allievo. Ma Fedi, di fronte alla richiesta dell’uomo, decise di occuparsene personalmente: dopo tutto, Viterbo era la sua città natale.

Lo scultore tornò a Viterbo, che aveva lasciato giovanissimo, e fu accolto con grande entusiasmo. Già, perché nella Viterbo del tardo Ottocento tutti conoscevano il suo nome, e lo ringraziavano per aver innalzato agli onori delle cronache il nome della città. In presenza di tale celebrità, il Consiglio allentò i cordoni della borsa e concesse i fondi per la realizzazione di tutti e quattro i leoni, che sono quelli che vediamo oggi. Sotto la zampa sinistra del leone posto verso via della Rimessa, si legge ancora sul bordo l’iscrizione “Pio Fedi Viter[bese fece]”.

Foto di Ezio Cardinali

Ma perché Fedi a quel tempo era considerato una celebrità a tutti gli effetti? Perché a Firenze aveva realizzato sculture meravigliose, come il gruppo marmoreo “Il ratto di Polissena” collocato nella Loggia dei Lanzi a piazza della Signoria, unica opera dell’età moderna, accanto ad opere di Benvenuto Cellini e del Giambologna.

Nel capoluogo toscano esiste ancora la Galleria Pio Fedi, dove lo scultore viterbese aveva il suo studio, e che oggi ospita una scuola di recitazione. E infine, nella basilica di Santa Croce, vi è la tomba di Giambattista Niccolini, poeta e patriota, famosa per un’altra, stupenda, opera di Fedi, realizzata tra il 1870 e il 1883. Molto legato a Niccolini che ne era stato maestro all’Accademia di Belle Arti di Firenze, Fedi si era sentito in dovere di realizzare una magnifica scultura per il suo sepolcro. La tomba di Niccolini è sormontata da una statua, chiamata “Libertà della Poesia”. Rappresenta una giovane donna abbigliata secondo la moda classica, con una corona in testa. In una mano solleva una catena spezzata, simbolo della libertà di pensiero, e con l’altra sostiene una corona di alloro.

Come dite, vi ricorda qualcosa? E dite bene. La statua ricorda in modo impressionante “Libertà che illumina il mondo“, la Statua della Libertà, che si trova sulla Liberty Island a New York, donata dalla Francia agli Stati Uniti e inaugurata nel 1886. L’opera scolpita da Fedi per il sepolcro Niccolini fu certamente vista da Viollet Le Duc, architetto e scultore che più volte visitò Firenze negli anni precedenti. Con ogni probabilità il suo allievo Auguste Bartholdi si fece ispirare dal nostro concittadino nel corso di un suo viaggio in Italia avvenuto dieci anni prima, per realizzare la sua Statua della Libertà. Mentre nell’opera di Fedi la statua simboleggia la libertà di pensiero, in quella di Bartholdi incarna la libertà della nazione americana.

Foto tratta dal sito www.evolutiontravel.eu

Dopo un vertiginoso viaggio virtuale, che ci ha trasportato da Viterbo a Firenze e infine, oltreoceano, torniamo al nostro presente e ai nostri leoni della fontana. Ora li guardiamo con un occhio diverso, non è vero? Pio Fedi andrebbe sicuramente ricordato meglio.

Magari tornando a restaurare i suoi fieri leoni, che dopo centocinquant’anni accusano tristemente i danni del tempo.

Anonimo

Scritto da:

Donatella Agostini

Imparare cose nuove è il mio filo conduttore, darmi sempre nuovi obiettivi la mia caratteristica fondamentale. Valorizzare la terra in cui vivo è il mio progetto attuale.