Ottantacinque anni. Li dimostra, come orgogliose rughe sul volto di un vecchio. Il recente restauro gli ha regalato un nuovo look e ci ha restituito un solido Palazzo delle Poste, che veglia sul triangolo composto da via Ascenzi (un tempo detta via Littoria), via Calabresi e via Roma (ex via Vittorio Emanuele), e che accoglie i visitatori diretti al centro storico come un possente usciere. La nuova illuminazione serale sottolinea il suo fascino demodé.

Di lui colpisce l’architettura razionale, funzionale, austera, tipica del ventennio fascista. Gli edifici sorti in quel periodo tendevano infatti a diffondere gli ideali di grandezza del regime.  Il progetto si deve all’architetto romano Cesare Bazzani, uno dei principali artefici dell’architettura pubblica italiana nel primo Novecento. Talmente prestigioso da affidargli, tra l’altro, la progettazione di edifici pubblici in quel di Forlì, detta “città del duce”.

Il nostro Palazzo delle Poste fu edificato al posto di un giardino e di una zona chiamata “il Bordelletto”, perché in molte delle vecchie abitazioni demolite veniva praticata la prostituzione. La sua costruzione iniziò nel 1933 e fu inaugurato il 21 aprile del 1936. Le sue dimensioni sono molto rispettabili: tre piani, sessanta metri di facciata, millecento metri quadri di superficie, trentanove metri di altezza per la caratteristica torre dell’orologio, rivolta verso valle Faul. Al suo interno, un sontuoso salone principale con pavimenti di marmo, soffitto a cassettoni, sportelli in noce e cristallo.

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Lungo via Ascenzi, in prossimità dell’attuale entrata, colpisce la presenza di una bella statua di bronzo. In realtà le statue inizialmente erano due e ritraevano le personificazioni della Posta e del Telegrafo. Leggenda vuole che il loro autore fosse Silvio Canevari; in realtà furono realizzate dallo scultore romeno, naturalizzato italiano, Emanuele Manase. Oggi è rimasta soltanto la statua del Telegrafo, mentre l’altra fu asportata nel 1942 per essere fusa come bronzo da cannone. Un destino in comune con le belle statue del monumento ai Caduti del primo conflitto mondiale, di cui abbiamo già parlato.

La statua che ritrae la personificazione del Telegrafo – www.lacitta.eu

L’orologio della torre ha una preziosa cornice in terracotta, in cui sono riprodotti i dodici segni zodiacali, realizzata dal valente scultore Publio Morbiducci, autore anche delle statue presenti ai quattro angoli del Colosseo Quadrato all’Eur. Ai piedi della torre c’è l’antico ingresso principale, che era sormontato dallo stemma dei Savoia e dai fasci littori, scalpellati dopo la caduta del fascismo.

foto tratta dal sito Italian Virtual Tour

In un’epoca in cui si tende a rimuovere simboli scomodi di valori che andrebbero rigettati, in nome di un “politicamente corretto” integralista, il Palazzo delle Poste di Viterbo porta su di sé con orgoglio le stimmate dell’epoca in cui è nato, testimone vivente della storia della nostra città. Mantenerlo in vita, mantenerlo in ordine significa mantenere viva la memoria di vent’anni di storia italiana. La storia ci insegna anche attraverso i simboli e le opere architettoniche, che non vanno abbattute anche se testimoni di epoche di triste memoria. Perché dobbiamo fare in modo che i nostri figli, alzando lo sguardo e leggendo il motto “Durare”, scritto a caratteri cubitali sotto l’orologio della torre delle Poste, possano domandarci cos’è stato il fascismo, cosa ha fatto e perché lo ha fatto. Cancellare le vestigia di un passato scomodo è il miglior modo per ricascarci, inesorabilmente.  

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Anonimo

Scritto da:

Donatella Agostini

Imparare cose nuove è il mio filo conduttore, darmi sempre nuovi obiettivi la mia caratteristica fondamentale. Valorizzare la terra in cui vivo è il mio progetto attuale.