1289. Visconte Gatti, già capitano del popolo viterbese, sentiva arrivare la fine. Non che fosse malato: era più una sensazione che da giorni non lo abbandonava. Gli capitava sempre più spesso di ripensare al suo passato. Per Viterbo non si era risparmiato: aveva dotato la città di un moderno acquedotto e aveva fatto in modo che la cinta delle mura venisse completata, e abbracciasse il centro abitato come una fortezza sicura.

Però non sempre si era comportato bene. E sua moglie Teodora… non sempre aveva agito come ci si aspettava da una nipote di un cardinale qual era! Avevano creduto di poter commettere peccati e poi di poterli dimenticare. Ma ora che si avvicinavano alla fine della vita, quei peccati spiccavano nella memoria come macchie di sporco indelebile. C’era soltanto un modo di lavarli, e sperare di evitare così le fiamme dell’inferno. Visconte prese penna e calamaio e iniziò a vergare il suo testamento.

Decise di lasciare alla sua morte un’eredità di duecento lire al convento domenicano di Gradi, affinché i buoni frati potessero acquistare paramenti e libri sacri, e altre venticinque lire per un sontuoso calice d’argento. Visconte ci pensò su un attimo, e poi dispose che fossero fornite al convento anche dieci salme di vino all’anno per la celebrazione delle messe. In questo modo l’anima sua e quella di Teodora sarebbero state in salvo.  

Ma in seguito la sensazione di pericolo tornò a tormentarlo. Si era mostrato poco generoso nel testamento? Poteva fare di più? Del resto, che poca cosa erano i beni terreni in confronto con l’eternità?

Riprese in mano il testamento, pensieroso. Ma certo, un ospedale! Avrebbe fatto in modo di salvare le vite dei tanti malati bisognosi che affollavano le strade. Dispose quindi che buona parte dei suoi beni e di quelli della moglie fossero destinati ai frati domenicani di Gradi per la costruzione di un ospedale, arredato di letti e materassi, che fosse il più bello e il più grande della città. Lo avrebbe chiamato Ospedale Domus Dei, Casa di Dio.

Visconte rilesse il suo testamento. Era sufficiente per spalancargli le porte del paradiso? Meglio essere sicuri. Ci pensò su un attimo, poi aggiunse la postilla che alla sua morte, venisse seppellito nella chiesa.

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Né Visconte Gatti né l’Ospedale Domus Dei vengono più ricordati dai posteri.

Eppure Visconte Gatti fu un protagonista della vita politica della Viterbo del Duecento. Capitano del popolo nel 1268 e poi ancora nel biennio 1281-82, fu anche podestà di Arezzo e di Foligno. Parente del cardinale Raniero Capocci, di cui aveva sposato la nipote Teodora, nel 1292 volle la costruzione dell’ospedale Domus Dei.

Sapete dov’è questo ospedale? In via S. Maria in Gradi, proprio di fronte alla scalinata della chiesa. Ci si passa davanti con la macchina, e non gli si lancia nemmeno uno sguardo distratto. D’altronde, è un vecchio edificio malandato, dimenticato. Perché curarsene?

Eppure la Domus Dei ha conosciuto una vera gloria nel lontano passato. Tra tutti gli ospedali di Viterbo, che durante il Medioevo erano ben 43, era il più grande e più significativo, in grado di ospitare i malati poveri e i pellegrini. Aveva due corsie lunghe 32 metri e larghe 10, con venticinque letti completi di materassi, cuscini e lenzuola.  Era una struttura situata in una posizione strategica e controllava la più importante via di accesso alla città, tanto che nel tempo fu oggetto di aspre lotte per il suo possesso, da parte delle fazioni viterbesi in guerra tra loro.

Era tutto fuorché un edificio insignificante: Visconte aveva voluto una facciata tutta affrescata con scene sacre e un bassorilievo in marmo raffigurante la Madonna col Bambino in un’edicola gotica; ai suoi piedi le figure di Gatti e della moglie Teodora Capocci inginocchiati davanti in preghiera. Sul lato sinistro guardando la facciata, vi era una colonna con sopra una croce in peperino.

Foto tratta da www.lacitta.eu

La struttura acquistò notorietà ovunque tanto che vi sostarono celebri personalità, e nel tempo acquisì nuove e ingenti donazioni da ricchi cittadini viterbesi. Nel Trecento i frati domenicani fecero costruire un arco a cavalcavia, che univa la Domus Dei alla Chiesa di Gradi.

Dipinto del 1737 – tratto da www.lacitta.eu

Ma già dal Cinquecento la Domus Dei non aveva più l’importanza di un tempo ed era cominciata la sua inesorabile decadenza. Ormai non ospitava più malati se non qualche sparuto pellegrino in transito. D’altra parte, nel 1575 era stato fondato l’Ospedale Grande. Nel 1837 la Domus Dei divenne lazzaretto per ospitare le donne ammalate dell’epidemia di colera. Poi, il passaggio di mano ai privati, il deterioramento, l’oblio assoluto.

I pregevoli affreschi sono scomparsi sotto mani di anonima imbiancatura. Il bassorilievo si è salvato e si può ammirare oggi al Museo Civico, insieme all’epigrafe di marmo che ricorda il generoso capitano del popolo.

Il bassorilievo in marmo conservato al Museo Civico

La colonna e la croce sembra siano andate distrutte nel 1969, ma è più probabile che esse, insieme a tutto ciò che rimaneva di pregevole, siano state prelevate da privati senza alcuna autorizzazione. Rubando un tesoro all’intera collettività. L’arco fu fatto demolire nell’Ottocento, per garantire una vista migliore su porta Romana.

Nel corso del tempo l’edificio è stato inglobato dalla moderna edilizia, il tetto è parzialmente crollato e riparato malamente. I cittadini – ma soprattutto le autorità – hanno dimenticato tutto. Oggi ci sono soltanto due cartelli, anch’essi malandati, posti davanti alla facciata, a ricordare ai passanti cosa fu la Domus Dei, la sua funzione, quali storie di uomini e donne ha rappresentato. Se vi pare giusto così.

Anonimo

Scritto da:

Donatella Agostini

Imparare cose nuove è il mio filo conduttore, darmi sempre nuovi obiettivi la mia caratteristica fondamentale. Valorizzare la terra in cui vivo è il mio progetto attuale.