Sono nata per caso, otto secoli fa, come nascono tutte le piazze: su uno spiazzo sterrato si erigono edifici che delimitano lo spazio. Così nacqui io, sul prato che allora chiamavano Vico Cavallùccalo.

In tutti questi secoli ho visto tanta vita scorrere sotto i miei occhi: guerre e terremoti, nascite e morti, ricchezza e povertà, papi e poveracci. Per un curioso caso del destino, durante la mia lunga vita ho cambiato nome cinque volte.

Fui battezzata dal vescovo Raniero, con il nome di piazza Fajana. I Fajani erano una facoltosa famiglia che aveva contribuito a farmi nascere: avevano un bel palazzo che si affacciava sulla mia superficie, e una chiesa, Santo Stefano, con annesso un ospedale dei poveri e un bel chiostro, che avevano poi donato alla diocesi di Tuscania. La gente di Viterbo prese così a chiamarmi piazza Santo Stefano.

Nel settembre del 1349 fui scossa da un forte terremoto. La facciata e il porticato della chiesa vennero danneggiati dalla caduta della Torre Gatti, che le svettava a fianco. Santo Stefano venne ricostruita, e un secolo e mezzo dopo ospitò come canonico un tale Alessandro Farnese: sì, proprio colui che qualche anno più tardi venne eletto papa con il nome di Paolo III, quello che commissionò a Michelangelo la Cappella Sistina. Niente male, vero?

Ma dicevamo, i cinque nomi. Verso la fine del Quattrocento, a qualcuno venne in mente di chiamarmi piazza Alessandrina, in onore di papa Alessandro VI, il famoso Rodrigo Borgia. Il papa mi aveva fatto una gradita visita, e vedendomi un po’ demodé gli era venuta l’idea di ridisegnarmi e di ristrutturarmi. Non mi sarebbe dispiaciuto un po’ di restyling, ma malgrado fosse stata designata una commissione che avrebbe dovuto occuparsi del progetto, non se ne fece niente, ve lo assicuro. Io mi consolavo con il mercato, che ospitavo da sempre: chiassoso, colorato, profumato. Mi piaceva da matti guardare le bancarelle, ascoltare il calpestio dei bambini che correvano, le voci delle verduraie che richiamavano i clienti. Accadevano anche delle belle risse: per evitare i litigi, venne emanato un bando che vietava la permanenza dei forestieri sulla mia area, oltre il tempo necessario per acquistare beni di prima necessità. Eh, i viterbesi sono sempre stati un tantino suscettibili!

La chiesa di Santo Stefano, che mi aveva tenuto compagnia come aveva potuto, era nata sotto una cattiva stella: nel Seicento le rovinò sopra un’altra torre (e a Viterbo di torri ce n’erano quante se ne voleva), che la demolì completamente. Per consolarmi della mia perdita, costruirono la mia migliore amica: una bellissima fontana con i leoni, animali simbolo della città. Era la fontana adesso a farmi compagnia con gli zampilli e il gorgogliare lento dell’acqua.

Nel Settecento presi il nome che preferisco, piazza delle Erbe. Tra tutti, è quello che meglio definisce la mia essenza, anche se il mercato delle verdure qui non si fa più da tanto tempo…

Come dite? Manca un nome all’appello? Ah, giusto: nel 1872 mi chiamarono piazza Vittorio Emanuele, dal nome del re d’Italia. Ma durò poco: i viterbesi non erano disposti ad accettare una denominazione politica e legata al momento, e preferirono continuare a chiamarmi come ancora oggi sono conosciuta.

Già, oggi… vi devo confessare che per la prima volta, nella mia lunga vita, mi sento un po’ abbandonata. Fino a qualche tempo fa qui intorno vi erano decine di negozi, e la gente faceva le “vasche” al Corso, per fare shopping o per incrociare qualcuno di proposito. Ora molte vetrine sono vuote, e riportano scritte come “Affittasi” o “Vendesi”. La gente non ce n’è tanta come un tempo… Che tristezza! Eppure, guardatemi, sono un salottino: intima, raccolta, elegante… i turisti mi fanno tanti complimenti! Tornatemi a trovare: anche le piazze antiche come me hanno bisogno di sentirsi la vita intorno. E se siamo fortunati, quando sarà inverno, io e la mia amica fontana potremo offrirvi uno spettacolo sensazionale: i leoni in pietra con la barba di ghiaccio! Vi aspettiamo.

La foto del 1929 è dell’Archivio Sorrini

Anonimo

Scritto da:

Donatella Agostini

Imparare cose nuove è il mio filo conduttore, darmi sempre nuovi obiettivi la mia caratteristica fondamentale. Valorizzare la terra in cui vivo è il mio progetto attuale.