Portava il nome fiero dell’animale simbolo della terra in cui era nato. Come in una favola, Leone era nato dall’amore tra una principessa del Congo Belga, Zibu, e un agronomo di Roma, Umberto Jacovacci.

Il Novecento era appena sbocciato, tra speranze e timori, anche in quel remoto angolo d’Africa, e portava con sé i miasmi velenosi del razzismo e dell’intolleranza. Per Umberto continuare a vivere in Congo con una moglie africana e un figlio mezzosangue era diventato difficile. Per proteggere Leone, il papà decise di farlo espatriare e di farlo vivere in Italia, presso i nonni paterni.

I nonni accolsero il nipotino mulatto con gioia e pena. Per evitargli gli sguardi di disprezzo che i borghesi romani del tempo gli avrebbero riservato, decisero di trasferirsi, o meglio di nascondersi, nella Tuscia, a La Quercia, frazione di Viterbo. Qui Leone crebbe insieme ai figli dei contadini, frequentando la scuola rurale, con grandi difficoltà di integrazione, tra l’ostilità dei compagni di classe e degli insegnanti. Era la nonna a consolarlo, quando rientrava in lacrime dalla scuola, per l’ennesimo atto di bullismo che aveva subito. Intanto cresceva in altezza e in muscolatura, e spesso doveva trattenersi per non prendere a pugni i bulli che lo vessavano.

Stanco di vivere in un paese che non lo aveva mai accettato, e sognando il mare, terre lontane e avventura, nel 1916 si imbarcò su un mercantile inglese a Napoli come mozzo di bordo, e cominciò una nuova vita. L’anno successivo si arruolò nell’esercito britannico e andò a combattere sul fronte russo della Prima Guerra Mondiale, prendendo il nome di John Douglas Walker.

Un giorno, mentre si trovava a Londra, fu notato da un organizzatore di incontri di boxe dei lunapark: la sua scultorea prestanza fisica non passava inosservata. Gli propose un combattimento per quella stessa sera: Leone accettò per fame, anche se non aveva mai indossato i guantoni in vita sua. Vinse quell’incontro, e anche il torneo: diede inizio alla sua carriera come Jack Walker, pugile afro-britannico.

Leone pensava che finalmente avrebbe trovato rispetto e dignità, ma nemmeno tra i quattro angoli del ring si riusciva ad andare oltre il colore della sua pelle. Era costretto a combattere incontri di secondo livello, perché anche in Inghilterra i neri non potevano aspirare oltre. Così attraversò la Manica, e in Francia conobbe finalmente fama ed agiatezza, collezionando una vittoria dopo l’altra.

Ma c’era ancora qualcosa che lo turbava: la falsa identità che era stato costretto ad assumere gli faceva male più dei colpi che incassava sul ring. Jack, anzi Leone, voleva l’Italia. E così, nel 1925 stupì tutto il mondo del pugilato, annunciando con orgoglio di non chiamarsi Jack Walker, ma Leone Jacovacci, di essere di padre romano e madre congolese, e di essere cresciuto a Viterbo. Il pubblico accolse la confessione di Leone con entusiasmo: avere un pugile così forte e imbattibile era un onore, ma nell’Italia del Ventennio fascista, il tesseramento come pugile italiano era impensabile.

Leone iniziò la sua battaglia più dura, tra carte bollate e tante vittorie: batté tutti i più forti pugili europei, nella categoria dei medi e dei medio-massimi, ma i suoi titoli erano solo virtuali. Alla fine, venne organizzato un incontro tra lui e il milanese Mario Bosisio. Leone dominò il combattimento, ma il giudice assegnò la vittoria al suo avversario. Chiunque a questo punto avrebbe gettato la spugna, ma non Leone.

Quando il Partito nazionale fascista organizzò la rivincita a Roma, sentì che in ballo c’era tutta la sua dignità. E vinse l’incontro, diventando campione italiano e europeo. La sua vittoria fu un pugno in faccia a Mussolini e a chi pensava che i meticci fossero dei degenerati psichici e fisici. La Gazzetta dello Sport, asservita al regime, all’indomani titolò che non poteva essere un mezzosangue nero a rappresentare l’Italia all’estero, soprattutto nel momento in cui si stavano colonizzando terre e popoli del Corno d’Africa. Prima che anche in Italia venissero promulgate le tremende leggi razziali, Leone ritornò nuovamente in Francia, terminando la propria straordinaria carriera, anche perché un distacco della retina rendeva ogni match un doloroso supplizio.

Allo scoppio della seconda guerra mondiale, Leone tornò nei panni di John Walker e si arruolò nel suo vecchio battaglione inglese, per dare il proprio contributo alla lotta contro il nazismo. Sconfitti i tedeschi, entrò a Milano aiutando le persone a ricostruire il caos della guerra. Lentamente cadde nel dimenticatoio, lui che era stato campione d’Italia e d’Europa dei pesi medi.

Finì la sua vita come portiere di un condominio milanese, povero e malato di cuore. E fissando la strada, questo malinconico anziano dall’aspetto esotico ripensava alla sua vita difficile e avventurosa, partita da un remoto lembo dell’Africa, e transitata per un periodo nella nostra Tuscia. Ripensava alle tante umiliazioni e ai pochi onori, e fino all’ultimo sentì, dentro di sé, ruggire il leone dell’orgoglio, mai domato.

BREVE PETIZIONE PER UN NEGRO

Nacque al suono di tamburi

tra gente guerriera,esili

fusti di palma le sue

gambe cresciute nel Congo.

Sulle piazze fastose del ring

Andò per gloria di pugni

E oro non ebbe dal suo sangue.

Proclamato straniero

Alla civile nazione

Fu re dell’orchestra,

sui marciapiedi servo

le spalle vendeva e le mani,

belve e formiche dove nacque,

asfalto e nebbia dove morì.

Per lui si apra il cielo come una vela

sulla terra tutta candido mare

Al suo ritorno negli eterni campi

dove cantano gli apostoli seduti:

“o dio grande mostrati a noi”,

e lo giudichi un albero fratello.

(Libero De Liberi)

Anonimo

Scritto da:

Donatella Agostini

Imparare cose nuove è il mio filo conduttore, darmi sempre nuovi obiettivi la mia caratteristica fondamentale. Valorizzare la terra in cui vivo è il mio progetto attuale.