“…Nella notte del 25 ottobre (1706) il fiumicello Urcionio, reso al solito estremamente gonfio da una continua dirottissima pioggia, non solo poté rompere le mura di questa città dalle parti del Cunicchio e Faul, ma anche dentro la stessa città rovesciò a terra diverse case nelle due parrocchie di San Luca e di Santa Maria del Poggio, con la morte di non poche persone; avendo fatti altresì grandissimi danni nella campagna, per il che il Pubblico dovette far riedificare le dette mura, provvedendo di vantaggio ad ogni altro futuro accidente consimile con una certa ben ordinata fabbrica, che al tempo stesso potesse ricevere le acque e agevolmente romperne l’impeto…”.

Era nient’altro che un fiumicello tranquillo e pulito. Tanto tempo fa scorreva a cielo aperto, e divideva l’antica città di Viterbo in due parti. Le rive opposte erano unite all’altezza di quella che oggi è piazza Verdi, alla cosiddetta “Svolta”, e dal ponte Tremoli, un ponticello di legno che vibrava paurosamente al passaggio dei carri, che si trovava nei pressi dell’attuale piazza dei Caduti. C’era l’Urcionio a dividere placidamente la città, quando vissero Federico di Svevia e Santa Rosa, quando si svolse il più famoso conclave della storia. Era un fiumicello tranquillo, ma aveva delle furie improvvise e distruttive: in caso di forti piogge, come quelle di questi giorni, il suo letto incassato tra strette e ripide pareti di peperino impediva il rapido smaltimento dell’onda di piena, che arrivava impetuosa a restringersi nei pressi dell’attuale palazzo dell’Economia, con forte rischio di inondazioni.

Nelle antiche cronache si racconta di una disastrosa piena avvenuta il 14 agosto 1223, in cui il borgo di san Luca fu sommerso dalle acque e in cui morirono diverse persone. Altre alluvioni si verificarono nei secoli successivi, come quella, l’ultima, raccontata da Feliciano Bussi nella sua “Istoria della città di Viterbo”, di cui abbiamo riportato un passo. L’Urcionio distrusse un tratto di mura e diverse abitazioni nei pressi dell’attuale via Fratelli Rosselli, continuò la sua furia distruttiva fino a porta Faul fino ad arrivare a strada Bagni.

Con il passare dei secoli e con l’espansione della città, si cominciarono a interrare diversi tratti del fiume, che nel frattempo era diventato una fogna a cielo aperto. Durante il Ventennio fascista l’Urcionio venne coperto, e convogliato dentro una galleria sotto l’attuale via Marconi, che servì da rifugio antiaereo durante i bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale. Quest’anno sono ripresi i lavori di copertura ulteriore del fiume fuori Valle Faul, per la riqualificazione dell’area e per la creazione di un parcheggio.

Il progresso e l’avanzare della città non si possono arrestare. Il fiume in quanto tale era diventato un fastidio, se non un grave pericolo, ed è stato sotterrato vivo fino al suo ultimo tratto. Restano di lui le sorgenti nella bellissima area naturale dell’Arcionello, un cuneo verde che dal monte Palanzana raggiunge le mura della città dei papi. Nella piccola area protetta, che vale la pena di scoprire, si trovano folti boschi di faggi e lecci, una ricca fauna selvatica ed interessanti esempi di archeologia industriale.

L’Urcionio è diventato totalmente invisibile, ma sotto le vie cittadine è ancora vitale e fluisce, come una vena silenziosa. In Piazzale Martiri d’Ungheria si dice esista una specie di cono posato a terra, da cui si può sentire ancora la sua voce.

Anonimo

Scritto da:

Donatella Agostini

Imparare cose nuove è il mio filo conduttore, darmi sempre nuovi obiettivi la mia caratteristica fondamentale. Valorizzare la terra in cui vivo è il mio progetto attuale.